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domenica 22 marzo 2015

Argéman, di Fabio Pusterla (Marcos y Marcos). Intervento di Nunzio Festa

Lingue di neve perenni, fiori del deserto, un villaggio palestinese. Ogni, in un certo senso, traduzione del vocabolo che da il titolo all'ultimo libro di poesie di Fabio Pusterla è retroterra della poesia tutta del poeta meridiano Pusterla. Battezzato da diversi premi prestigiosi già alla sua opera poetica d'esordio nell'85, Pusterla, allievo dell'indimenticata Maria Corti, anche con questa sua nuova raccolta fa un timbro civile sfumato dall'evocazione; ove il caso della materia poetica, dove e quando questa dà il lampeggiare charissimo della presenza di conteuto più che di soggetto, s'assume il compito del contatto diretto e tangibile con la realtà quotidiana. Il muro chiude territori e i Territori, col permesso Fallaci. Gonfi di ferite. Alla stregua di quelle trovate e fatte emergere da frane e dalle terre inquinate dalla camorra. Vedi l'elenco infinito delle malattie. Più le disperazioni laceranti delle perdite per incuria complessiva nella gestione di suolo e sottosuolo ecc. Ciò detto, poi, con l'evocazione che permette la grande poesia. Attenzione alla memoria. Che spiega l'anima degli esseri umani di questo nostro turbo-ipercapitalismo/post-moderno/post-fordista. Gli scenari della metrica fanno il verso libero, "(...) Iris argeman di porpora, fitto viola / sulle alture quasi deserte, come un papavero / in lacrime in fuga, e lontano lampeggia il corso / lentissimo del Giordano, da lago / verso lago, da mar morto a mar morto, lontano / lingue di fuoco e muri chiudono i territori / feriti, in una bolla d’esclusione. Ciascuno / conta i suoi morti qui, / le sue vergogne". Sia sulle Alpi che in Giordania appunto.

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